Fermate quell’uomo! Hermann Nitsch e l’ignoranza popolare

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La foto qui sopra, realizzata dall’artista milanese Paola Pivi, che ritrae due zebre prelevate dall’Africa e trasportate sulle Alpi, è davvero una bella foto. Esteticamente bilanciata, dai colori luminosi, le linee morbide, non parliamo poi del soggetto: che bizzarro straniamento eppure che piacevole sensazione surreale quelle zebre sulla neve!

C’è poi lo squalo sotto formaldeide di Damien Hirst, titolo dell’opera: The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living. Un’opera che lascia senza fiato, la leggenda narra che sia stata pagata 12 Milioni di Dollari, d’altronde possedere uno squalo tigre non è cosa da tutti.
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Ma di opere d’arte che utilizzano gli animali la storia è piena, ricordiamo la performance di Kounellis nel 1969 alla Galleria Attico dove cavalli vivi erano legati alle pareti, poi Carsten Hoeller che ne riprende l’idea realizzando “SOMA” a Berlino nel 2011 o ancora Santiago Sierra che a Milano nel 2013 propone The Iberic peninsula devoured by pigs, una porcilaia ricoperta di mangime disposto in modo da formare la sagoma della Spagna, in cui i maiali, immediata metafora di politici e banchieri, mangiano senza sosta.

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Eppure ci voleva Nitsch per far insorgere non gli animalisti, che giustamente vigilano con attenzione e in ognuno di questi casi hanno fatto le loro rimostranze, ma normalissimi cittadini “sbranacarne” ai quali è arrivata voce che a Palermo si aprirà la mostra di un pazzo visionario che squarta animali e ne beve il sangue.

Bene: Hermann Nitsch è uno di quelli che ha sfidato il bigottismo di una Vienna borghese riprendendo tutta la cultura prodotta dalla città nel corso degli anni, ha assimilato le ricerche della psicanalisi e le influenze pittoriche della Secessione mixandole con le potenzialità della body art.
L’ Azionismo viennese di cui fa parte è materia di studio, è parte della storia della cultura visuale eppure a quarant’anni di distanza dalle prime “azioni” è ancora troppo scandaloso per la morale comune.

Vorrei vedere le stesse persone che hanno firmato la petizione on-line per chiudere la sua mostra, intendiamoci gente che comunque non sarebbe mai andata a vederla, firmare per chiudere il macellaio sotto casa, dopotutto è proprio da lì che arrivano le carcasse usate da Nitsch. Quegli animali portati in scena già non sono più animali, ma sono ormai cibo per la stragrande maggioranza delle persone, eppure quando non li si mette nel piatto ci si ricorda che un tempo ci assomigliavano e ci si indigna se un artista si prende la briga di metterci al cospetto di questi paradossi che tanto ci turbano perché così intrinsechi della nostra natura.

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Non c’è sangue nella foto di Paola Pivi eppure il sospetto che quelle zebre fossero morte era rimbalzato di giornale in giornale. Non c’è sangue nella teca di Damien Hirst eppure quello squalo è stato ucciso appositamente per passare alla storia come arte contemporanea – io avrei preferito continuare a nuotare. Non c’è di certo sangue nelle performance di Kounellis, Hoeller e Sierra, eppure quegli animali sono stati sfruttati, seppur trattati bene, per il nostro diletto, come le bestie di un qualsiasi zoo.

Hermann Nitsch ci riporta ai primordi dell’umanità, alla ricerca di quei riti che proprio passando attraverso l’estremo rispetto di animali e natura, mantenevano l’uomo in equilibrio con il mondo. Prima che la società decidesse che il sangue, quel sangue che scorre nelle vene di tutti e ci accomuna tutti, uomini o animali, fosse uno spettacolo riprovevole, forse proprio perché è volontà comune sentirsi superiori, è necessità della struttura sociale portare l’uomo a dominare gli istinti rendendolo più governabile. Nietzsche in “Genealogia della morale”, così come Freud ne “Il disagio della civiltà”, ci parlano proprio di questo, di come la morale si sia sostituita alle leggi di natura. Ed eccoci qui in una società in cui si tollera che un meraviglioso e perfettamente sano esemplare di squalo tigre venga ucciso e messo sotto formaldeide, ma non si tollera che un capretto sottratto alla mani di una zia che ne avrebbe fatto una grigliata pasquale diventi il simbolo di un rituale ancestrale.

C’è sangue nelle Azioni di Nitsch eppure è solo lì che io vedo arte.

Raffaella Carillo

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