Musei: davvero il futuro è Social?

Nell’ambito dei Brera Design Days ho assistito ad una conferenza sulla progettazione del coinvolgimento culturale, dett anche Audience Engagement dai favolosi del management culturale. Non so nemmeno io cosa mi aspettassi di sentire, ma di certo non mi aspettavo che una “innocua” tavola rotonda potesse suscitare tanta rabbia.

Ieri ho capito definitivamente la lungimiranza di gente del calibro di Debord, Adorno e Marcuse. Loro non vivevano in un mondo di app, ma vivevano in un mondo di persone e questo è bastato a fargli capire la deriva culturale che la società avrebbe intrapreso.

Mi sono trovata al cospetto di SPECIALISTI che illustravano la grande rivoluzione nella fruizione museale apportata dal nostro simpatico smartphone. Basta loggarsi all’ingresso del museo, poi likeare quello che ti piace di più e quando tornerai e ti ri-loggerai la tua museum-app ti proporrà una visita pensata ad hoc per i tuoi gusti. Oppure puoi essere tu in prima persona a programmare il tuo percorso, magari sulla base dell’umore del giorno. Semplice no? Una Mood experience che ti farà vedere la collezione come mai prima d’ora.

Che bellezza! Che pochezza! Che ignoranza! Massì facciamo in modo che le persone decidano i propri contenuti, annulliamo la mediazione di critici e storici che prima di proporre un allestimento studiano le opere. Annulliamo lo studio del display museale come fonte aggiuntiva di significato, lasciamo che la gente guardi solo quello che gli interessa (?) senza porsi domande, senza questionare i propri gusti, cosa che può accadere proprio perchè si viene folgorati da qualcosa che non si avrebbe mai nemmeno preso in considerazione. Annulliamo gli stimoli, il dibattito, il confronto. Lasciamo che un computer pensi per noi, lasciamo che la pigrizia intellettiva faccia di noi nient’altro che noi stessi all’ennesima potenza. Pensare è faticoso, anche al museo.

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La Magnifica Ossessione, Mart, Rovereto 26/10/12 – 16/02/14

 

A cosa mi riferisco quando parlo di critici che studiano il display e propongono una visita ragionata al museo? Parlo del Mart di Rovereto parlo de “La Magnifica Ossessione”, parlo di artisti che si sono interrogati per anni a riguardo come Marcel BroodthaersHans Haacke e tutta la Critica Istituzionale. Parlo del dibattito imperversante tra artisti che fanno i curatori e curatori che si credono artisti. Un dibattito irrisolto che ha però il merito di porre questioni, di attivare il pensiero, di ripensare i ruoli, ruoli di persone non di computer. Sia chiaro a questo punto si aprono moltissime altre riflessioni, per esempio riguardo al potere di cui dispone un curatore, il quale può addirittura orientare le opinioni delle persone solo con le sue scelte espositive, perchè ogni scelta è già una presa di posizione che può essere imposta al pubblico influenzandolo. Ma é proprio per questo che bisogna sollecitare il pensiero critico e non annullare il ruolo di mediazione. Non si può guidare una macchina senza patente e se anche il nostro istruttore ci passerà i suoi vizi alla guida, saremo noi, con l’esperienza a riconoscerli e cambiarli. Guidare senza patente, quello è il problema.

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Non sono contraria alla tecnologia, anzi. Esistono tutta una serie di app pensate per i bambini didatticamente validissime. Sono contraria alla deresponsabilizzazione e al dilettantismo che l’uso improprio della tecnologia ha diffuso facendone prassi.

Non vado al museo per vedere opere che proprio grazie alla tecnologia posso vedere a casa, talvolta anche meglio, vado al museo per il valore aggiunto, per scoprire, per imparare. Non voglio giocare a scegliere il mio percorso, voglio capire perchè un percorso mi viene proposto e mettere in dubbio le mie conoscenze.

Non voglio farmi i selfie con le opere da postare su instagram per far vedere al mondo quanto sono colta e interessante perchè “hei ragazzi io ero al museo” e sicuramente non voglio che il museo mi spinga a farlo. Pretendo serietà, la vera grande assente del nostro tempo.

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Wild Style il film di nuovo al cinema

Wild Style è un classico per la cultura Hip Hop e per la cultura “street” in genere.
Uscito nel 1983, il film racconta l’underground newyorkese nel momento in cui Graffiti e Hip Hop esplodono come nuovi linguaggi rivoluzionando il mondo dell’arte e della musica.

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Il Wild Style è una tipologia di lettering complessa ed intricata tipica del writing. Si tratta del coronamento di un processo che ha il suo grado zero nella tag, la quale viene elaborata artisticamente attraverso la distorsione delle lettere e l’intreccio di queste ultime fino alla totale fusione rendendo così impossibile la lettura del pezzo ad un occhio inesperto.

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L’associazione culturale Grafite HB, in collaborazione con Wanted Cinema partecipa all’organizzazione della serata cinematografica di lunedi 3 Ottobre in cui verranno proiettati Wild Style e Troublemakers documentario sulla Land Art.

La serata si terrà a partire dalle ore 18.00 presso lo Spazio Wanted e si inserisce nell’ambito degli eventi a supporto del crowdfunding di Wanted Cinema.

Di seguito i dettagli:

Lunedi 3 Ottobre
0re 20.30 Wild Style
ore 22.30 Troublemakers
Spazio Wanted, via Tertulliano 68, Milano

http://www.grafitehb.it
http://www.wantedcinema.eu

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Downtown 81: il documentario su Jean Michel Basquiat al cinema

Basquiat, tragico eroe postmoderno che riunisce nella sua persona, o meglio nel suo personaggio, tutte le contraddizioni della società edonistica degli anni Ottanta, di una New York allo sbando e di un mondo dell’arte totalmente schizofrenico.

Di Basquiat si rimpiange ciò che avrebbe potuto fare se non fosse prematuramente morto e ci si attacca alle sue opere come ad icone sacre, con reverenza e nostalgia, cercando in esse l’eco di un mondo che non c’è più. Perchè New York in quegli anni era davvero il centro del mondo con tutte le tendenze underground – dal rap ai graffiti dalla new wave alla videoarte – che andavano sviluppandosi in contemporanea nutrendosi l’una dell’altra e i protagonisti della scena si affannavano frenetici per uscire dalla miseria e conservare quei piccoli momenti di celebrità che di tanto in tanto riuscivano a ritagliarsi. Erano gli anni della Factory di Andy Warhol, del Chelsea Hotel, degli scandali di Robert Mapplethorpe ed erano gli anni dei Graffiti.ob_20f9a8_basquiat-graffiti-ny-1978

Proprio dal mondo dei Graffiti Basquiat assorbe la sua carica creativa. Inizia a 17 anni, insieme all’amico Al Diaz, a ricoprire i muri di New York con frasi e puppet firmati SAMO. Poi l’amico muore e lui abbandona la tag ritrovandosi ad essere solo se stesso. Inizia a dipingere cartoline e a tentare di venderle. Incontra Andy Warhol e il resto è storia.

Downtown 81 racconta una giornata tipo del giovane Basquiat emarginato e allucinato mentre si aggira fra Downtown e Harlem in cerca di un posto dove dormire, sottobraccio porta uno dei suoi quadri che in quel momento valeva solo un biglietto da venti.

Nel documentario realizzato da Glenn O’Brien, membro della Factory e editor di Interview, tutti i personaggi interpretano se stessi secondo il modello Warhol, l’effetto della loro recitazione amatoriale è straniante, esacerbato dal doppiaggio spesso fuori synch, il sonoro dei dialoghi infatti andò interamente perduto e fu ricostruito solo a posteriori.

Il documentario restò fermo per anni per mancanza di fondi e fu recuperato solo nel 2000, anno in cui partecipò fuori concorso al Festival di Cannes suscitando grandi entusiasmi.

Wanted Cinema e Grafite HB inaugurano con “Downtown 81” una serata cinematografica all’insegna della Street Art che si terrà Sabato 24 Settembre a partire dalle ore 18.00 presso lo Spazio Wanted di via Tertulliano 68.

Di seguito i dettagli.

Sabato 24 Settembre
ore 18.00 Downtown 81
ore 20.00 Banksy does New York
Spazio Wanted, via Tertulliano 68, Milano

www.wantedcinema.eu
www.grafitehb.it

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Vi presento Sam, lo Street Art Museum di Sanpietroburgo

Parlare di Street Art e di Museo contemporaneamente è sempre un controsenso. L’idea di costringere all’interno di aule preordinate un linguaggio che nasce e vive per strada e fa dell’effimero una delle sue componenti preponderanti risulta una forzatura ingiustificata, un maldestro tentativo di applicare canoni tradizionali a qualcosa che invece tradizionale non è. Ma nel momento in cui è il concetto di museo ad essere ripensato allora un’esposizione di Street Art permanente diventa una possibilità che può, e forse deve, essere esplorata.
Collocato in un’industria tutt’ora in funzione, lontano dal centro storico e dalle principali arterie culturali della città, Sam nasce con l’intento di unire l’etica industriale post-sovietica con la giovane Street Art, creando allo stesso tempo una nuova identità per un quartiere marcatamente industriale.

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Lo spazio museale è diviso in due zone separate: una per le esposizioni temporanee e una per le esposizioni permanenti. Quest’ultima si interseca con gli spazi lavorativi interni alla fabbrica ed è solo periodicamente aperta ai visitatori esterni.
Il museo comprende inoltre un’area adibita ad ostello per gli artisti stranieri che ogni estate convergono a Sanpietroburgo per apporre la propria firma sugli oltre 200 metri quadri di muro disponibile.

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Sam si configura dunque come un tempio dedicato alle ultime tendenze dell’arte urbana dove si creano momenti di confronto tra gli Street artist russi come Timothy Radya, Kirill Kto, Nikita Nomerz e nomi provenienti da tutta Europa. Gli artisti vengono chiamati a lavorare in un ambiente a loro familiare, quello della periferia industriale, e viene offerta loro la possibilità di confrontarsi con la vita quotidiana degli operai e con le esigenze di una città in espansione.

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MIBACT: i 20 nuovi direttori nominati tra le polemiche

La polemica scaturita a fronte delle 20 nomine di nuovi direttori dei musei statali attuata dal ministero dei beni culturali sta a tutti gli effetti dividendo il mondo della cultura in due fazioni. Pomo della discordia risulta essere più che altro la massiccia presenza di nominati stranieri, come Eike Schmidt alla direzione degli Uffizi e James Bradburne alla Pinacoteca di Brera.
Da ogni parte si sono sollevate le voci degli indignati difensori dell’italianità e dell’autarchia culturale, dopotutto questa “lotta” nazionalista è di facile strumentalizzazione in ogni campo della vita sociale e politica di un Paese i cui problemi fluttuano nell’irrisolto e in cui si gioca a cacciare le streghe, chiunque esse siano.

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Il problema reale di queste nomine non risiede tanto nella nazionalità dei nominati – come vogliamo catalogare i 4 italiani che hanno studiato e lavorato all’estero per rientrare in Italia grazie a questo concorso? – il problema si annida nelle pieghe di questa riforma decisamente superficiale, come si evince facilmente dalle dichiarazioni rilasciate dal Ministro Franceschini in merito.

A sentire il Ministro, infatti, i magnifici 20 sono la svolta necessaria: loro sapranno risolvere i problemi di arretratezza dei musei italiani. Bene, peccato che tali dichiarazioni implichino una serie di asserzioni da leggere tra le righe. Prima su tutte una pesantissima critica ai direttori attuali tacciati di reazionarietà e inettitudine. In secondo luogo una bocciatura di tutti i funzionari delle Soprintendenze e del Ministero stesso, a cui sono stati preferiti personaggi estranei e, in questo senso, stranieri. Allo stesso tempo un’ammissione di colpa, ma anche una grande deresponsabilizzazione da parte del Ministero che, focalizzando l’attenzione sulla figura del direttore promosso a Deus ex Machina, tace sulle falle interne all’ amministrazione della cultura, partendo ovviamente dai continui tagli ai fondi.

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Estendendo la riflessione oltre la sfera politica, mi chiedo se sia stato tenuto conto della grande differenza, anche legislativa, che intercorre tra il nostro sistema dei beni culturali e, per esempio, quello americano, in cui molti dei nuovi nominati sono cresciuti. Sebbene, e sono molto felice di questo, nessuno dei nominati sia un manager a tutti gli effetti, la gestione più manageriale che curatoriale dei musei americani può approdare a derive poco confortanti, è il caso del Guggenheim di cui abbiamo già parlato precedentemente. Auspicando che non sia questa la grande svolta innovativa di cui parla il Ministro, aspetto di vedere questi superuomini e superdonne in azione prima di sottoporli a giudizio.

Restano però altri quesiti aperti per il nostro Franceschini, intanto l’agghiacciante scelta di nominare 10 donne e 10 uomini. Queste odiose quote rosa che anziché pareggiare realmente i conti tra i sessi non fanno altro che mantenere le donne in uno stato di subordinazione forse anche peggiore, è come ammettere che senza una legge che obblighi ad inserire le donne nei posti di comando queste non potranno mai avere i meriti necessari per arrivarci, e comunque, anche se li avessero non sono nella posizione di dimostrarlo, dato che le quote rosa ci impongono la loro presenza a prescindere. Perché non 11 donne e 9 uomini? O 19 donne e 1 uomo? Ma anche 12 uomini e 8 donne…tutto sarebbe stato meglio e di certo più vero di questa finta parità.

E poi… se i nostri curatori, funzionari ecc. non sono stati all’altezza delle nomine, non c’è per caso una falla anche nel sistema dell’istruzione legato a queste professioni? Ovviamente c’è, chissà se c’è anche la volontà di impegnarsi per migliorare.

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Finisco con un ultima riflessione, se i funzionari non vengono promossi e rimangono ad occupare i loro posti, come può esserci un riciclo alla base? Ma se non c’è riciclo come si pensa di occupare tutti quella massa di invisibili laureati in ambito culturale e artistico che escono speranzosi dalle università? Cercheranno tutti fortuna altrove sperando che l’esperienza all’estero li renda improvvisamente visibili e appetibili anche per la pubblica amministrazione italiana?
Beh, probabilmente si.

Come al solito queste grandi manovre si rivelano atti politici di facciata, ci troviamo davanti ad un amministrazione disperata che si appiglia a scenografici cambi d’abito mentre dietro le quinte il teatro cade a pezzi.

Fermate quell’uomo! Hermann Nitsch e l’ignoranza popolare

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La foto qui sopra, realizzata dall’artista milanese Paola Pivi, che ritrae due zebre prelevate dall’Africa e trasportate sulle Alpi, è davvero una bella foto. Esteticamente bilanciata, dai colori luminosi, le linee morbide, non parliamo poi del soggetto: che bizzarro straniamento eppure che piacevole sensazione surreale quelle zebre sulla neve!

C’è poi lo squalo sotto formaldeide di Damien Hirst, titolo dell’opera: The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living. Un’opera che lascia senza fiato, la leggenda narra che sia stata pagata 12 Milioni di Dollari, d’altronde possedere uno squalo tigre non è cosa da tutti.
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Ma di opere d’arte che utilizzano gli animali la storia è piena, ricordiamo la performance di Kounellis nel 1969 alla Galleria Attico dove cavalli vivi erano legati alle pareti, poi Carsten Hoeller che ne riprende l’idea realizzando “SOMA” a Berlino nel 2011 o ancora Santiago Sierra che a Milano nel 2013 propone The Iberic peninsula devoured by pigs, una porcilaia ricoperta di mangime disposto in modo da formare la sagoma della Spagna, in cui i maiali, immediata metafora di politici e banchieri, mangiano senza sosta.

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Eppure ci voleva Nitsch per far insorgere non gli animalisti, che giustamente vigilano con attenzione e in ognuno di questi casi hanno fatto le loro rimostranze, ma normalissimi cittadini “sbranacarne” ai quali è arrivata voce che a Palermo si aprirà la mostra di un pazzo visionario che squarta animali e ne beve il sangue.

Bene: Hermann Nitsch è uno di quelli che ha sfidato il bigottismo di una Vienna borghese riprendendo tutta la cultura prodotta dalla città nel corso degli anni, ha assimilato le ricerche della psicanalisi e le influenze pittoriche della Secessione mixandole con le potenzialità della body art.
L’ Azionismo viennese di cui fa parte è materia di studio, è parte della storia della cultura visuale eppure a quarant’anni di distanza dalle prime “azioni” è ancora troppo scandaloso per la morale comune.

Vorrei vedere le stesse persone che hanno firmato la petizione on-line per chiudere la sua mostra, intendiamoci gente che comunque non sarebbe mai andata a vederla, firmare per chiudere il macellaio sotto casa, dopotutto è proprio da lì che arrivano le carcasse usate da Nitsch. Quegli animali portati in scena già non sono più animali, ma sono ormai cibo per la stragrande maggioranza delle persone, eppure quando non li si mette nel piatto ci si ricorda che un tempo ci assomigliavano e ci si indigna se un artista si prende la briga di metterci al cospetto di questi paradossi che tanto ci turbano perché così intrinsechi della nostra natura.

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Non c’è sangue nella foto di Paola Pivi eppure il sospetto che quelle zebre fossero morte era rimbalzato di giornale in giornale. Non c’è sangue nella teca di Damien Hirst eppure quello squalo è stato ucciso appositamente per passare alla storia come arte contemporanea – io avrei preferito continuare a nuotare. Non c’è di certo sangue nelle performance di Kounellis, Hoeller e Sierra, eppure quegli animali sono stati sfruttati, seppur trattati bene, per il nostro diletto, come le bestie di un qualsiasi zoo.

Hermann Nitsch ci riporta ai primordi dell’umanità, alla ricerca di quei riti che proprio passando attraverso l’estremo rispetto di animali e natura, mantenevano l’uomo in equilibrio con il mondo. Prima che la società decidesse che il sangue, quel sangue che scorre nelle vene di tutti e ci accomuna tutti, uomini o animali, fosse uno spettacolo riprovevole, forse proprio perché è volontà comune sentirsi superiori, è necessità della struttura sociale portare l’uomo a dominare gli istinti rendendolo più governabile. Nietzsche in “Genealogia della morale”, così come Freud ne “Il disagio della civiltà”, ci parlano proprio di questo, di come la morale si sia sostituita alle leggi di natura. Ed eccoci qui in una società in cui si tollera che un meraviglioso e perfettamente sano esemplare di squalo tigre venga ucciso e messo sotto formaldeide, ma non si tollera che un capretto sottratto alla mani di una zia che ne avrebbe fatto una grigliata pasquale diventi il simbolo di un rituale ancestrale.

C’è sangue nelle Azioni di Nitsch eppure è solo lì che io vedo arte.

Raffaella Carillo

Guggenheim: il McMuseo

E’ il 1937, siamo a New York, una città che sta accogliendo sempre più artisti e intellettuali che scappano da Hitler, una città dalla cultura in fermento dove le Avanguardie stanno imponendo un nuovo modo di pensare l’arte. Solomon R. Guggenheim lo sa, da anni colleziona la rivoluzionaria pittura astratta europea, non ha bisogno di pensarci molto, lui, uomo ricco e facoltoso, apre una sede museale per la sua collezione e la dona alla città: nasce così il Museum of Non-Objective Painting.

Fin qui tutto bene.

E’ il 1943, siamo a New York, Solomon vuole un altro edificio per la sua collezione, un edificio capace di rivaleggiare ad armi pari con la collezione che contiene, chiama Frank Lloyd Wright, il maestro del Movimento Moderno, inventore dell’architettura organica, visionario, geniale. Il progetto è un’architettura bassa che si estende in orizzontale adagiandosi al lato di Central Park, si distingue totalmente dagli alti edifici circostanti. L’esterno, progettato come un nastro bianco che si avvolge su un rocchetto, lascia intuire ciò che si sviluppa all’interno: la galleria espositiva altro non è che un lungo corridoio che sale a spirale verso l’alto raccordando tutti i piani.
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Ed ecco il primo problema.

L’edificio non è funzionale. In qualsiasi punto della spirale tu sia vedrai sempre i quadri storti. Il Guggenheim di New York è il primo museo al mondo in cui il contenitore, talmente strabiliante, anziché esaltare il contenuto, lo surclassa. Il progetto di Wright dimentica la sua destinazione d’uso ed esiste per se stesso, nella sua innegabile bellezza, facendo della collezione un optional nemmeno tanto gradito. Eppure a partire da questo primo esempio, l’idea di museo inteso come contenitore grandioso pur a discapito del contenuto avrà lunga vita.

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E’ il 1988, siamo a New York, Thomas Krens diventa direttore del Guggenheim. Krens mette in atto un’audace politica di rinnovamento del sistema museale. Lungi dal pensare a se stesso solo come il direttore di un museo, Krens, incarna la figura del manager e fa del Guggenheim un’azienda.

Ed ecco il secondo problema.

Krens introduce nel settore culturale strategie di marketing proprie delle politiche aziendali multinazionali. Per prima cosa introduce il concetto di “Brand”. Il museo diventa un marchio e come tale mette a punto tutta una serie di iniziative per esportare la propria immagine, attrarre nuovi capitali e aprire filiali all’estero: siamo di fronte alla cosiddetta McDonaldizzazione del museo.
Per avere liquidità, Krens, autorizza il “deceassioning” cioè la vendita di alcune opere di proprietà del museo, atto impensabile prima, e da il via ad una campagna di colonizzazione.

E’ il 1997, siamo a Bilbao, Frank Gehry firma un incredibile edificio che entra di prepotenza nella storia dell’architettura: è la nuova sede del museo Guggenheim. La prima di una lunga serie di sedi aperte e chiuse o ancora in costruzione: Berlino, Las Vegas, Guadalajara, di nuovo Las Vegas, Abu Dhabi ed ora Helsinki.

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Ed ecco emergere tutti gli altri problemi.

L’ espansionismo Krensiano, non ha in realtà favorito il museo, tutt’altro. Le campagne di deceassioning l’hanno reso poco affidabile agli occhi di filantropi e sostenitori che hanno preferito donare le proprie collezioni a musei meno inclini alle vendite. Allo stesso modo, altri enti museali hanno spesso negato dei prestiti perché l’idea di mostre itineranti presso le varie sedi del Guggenheim diventa problematica dal punto di vista della sicurezza e della conservazione delle opere. Non parliamo del disappunto di turisti che spesso trovano esposte delle fotografie perché le opere originali della collezione si trovano in prestito nelle altre sedi.

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Al Guggenheim inoltre, soprattutto a Bilbao, è mancata una progettazione curatoriale di qualità, si è infatti dato spazio a mostre prive di una reale importanza culturale, realizzate per compiacere gli sponsor in maniera più che evidente. Si ricordi, ad esempio, la donazione di ben 15 milioni di dollari concessa al museo da parte dello stilista Giorgio Armani pochi mesi prima che si aprisse una grande retrospettiva a lui dedicata.

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Eppure, anziché imparare dagli errori si persevera, Helsinki ne è un esempio, ma la vera perversione secondo me risiede altrove, il Guggenheim ha ormai intrapreso questa strada da anni e ne ha fatto un segno distintivo, anche se non proprio pregevole, tuttavia proprio quei musei che l’avevo criticato e snobbato, ora si trovano in situazioni anche peggiori, è il caso del Louvre di Abu Dhabi. L’accordo siglato dal ministro della cultura francese prevede che nella nuova sede del museo parigino confluiscano opere provenienti da diversi musei francesi, la Francia si impegna, inoltra, a garantire alla controparte araba almeno quattro mostre all’anno e ad aiutare il nuovo polo museale a sviluppare una propria collezione permanente, in cambio di 700 milioni di euro che andranno ai soci del Louvre e degli altri musei che partecipano all’operazione. La scelta non è piaciuta all’opinione pubblica francese. La nascita dei musei in Francia, infatti, ha avuto fin dal principio forti connotazioni politiche di origine rivoluzionaria, il museo francese è il simbolo della ridistribuzione del potere, con la Rivoluzione, infatti, le opere d’arte di proprietà dei nobili erano state restituite al popolo. Non piace dunque questo scambio, di cui le casse dello Stato beneficiano solo in parte, che priva i cittadini francesi di una parte, seppur piccola, del loro patrimonio artistico, tanto duramente conquistato.

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Mi chiedo come sia possibile che storture ed errori si trasformino in prassi con tanta leggerezza. La cultura è argomento delicato, vive di regole proprie e per questo andrebbe in primo luogo compresa e poi valorizzata muovendosi all’interno delle sue possibilità. Applicare alla cultura regole che non le sono proprie può forse dare risultati sul breve termine, ma alla lunga mina il sistema con danni spesso irreparabili. In passato nascevano prima le collezioni e poi i musei per contenerle, oggi nascono i musei, si chiama l’Archistar di turno, si richiede un progetto sbalorditivo che dia lustro alla propria posizione e via, tanto poi qualcosa da metterci dentro salterà fuori. Ma il museo dovrebbe essere molto più di un bel palazzo avveniristico, la collezione è il cuore di un ragionamento, è un progetto didattico, il display può alterare la percezione delle opere stesse se non è pensato con cura, possibile che si sia disposti a trascurare tutto questo?

Raffaella Carillo

Meeting of Styles: la Woodstock dei graffiti

Ink e Cloc vengono da Singapore, mi fanno notare come, nonostante lavorino insieme da sempre, in realtà dipingano in modo nettamente differente, lei, Ink, crea astrattismi geometrici, lui, Cloc, è più figurativo, organico. Proprio da questa differenza nasce la loro collaborazione. I due strutturano i loro interventi direttamente sul muro, senza bozzetti, procedono per gradi incastrandosi e confrontandosi come in un puzzle o una partita a tris, in questo modo riescono a creare disegni che riflettono una tale tensione creativa, arrivando però a risolverla in un’ armonia totalizzante.

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Vinie è completamente ricoperta di colore, sta dipingendo schizzando la pittura sul muro, è puro Action Painting. Du-du è alle prese con un Panda gigante sulla parete vicina

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Yu-Baba e Key Detail sono Bielorussi, accanto a loro la crew 1107 di Lubjiana.

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Octagon, di Colonia, e la sua fidanzata mi raccontano del loro lavoro, di come abbiano avviato un progetto con le scuole per interessare i ragazzini all’arte allontanandoli dalle strade e riportandoli in un clima di legalità pur esprimendosi attraverso i graffiti.

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E poi gli italiani: milanesi, napoletani, torinesi. La crew Nuclear 1 che si è fatta promotrice e organizzatrice dell’evento.

Che siano artisti affermati o emergenti sono venuti da tutta europa per lavorare insieme e regalare alla scuola “Franceschini” di Trezzano sul Naviglio un nuovo volto.

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Credo non ci sia altro da spiegare. Il Meeting of Styles racconta una favola tanto semplice quanto spesso trascurata. Si parla di collaborazione, di superamento delle barriere, di contaminazione, di ispirazione… Il Mos è arte, what else?

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Raffaella Carillo

 

Un “brutto” risveglio 

Ho appena fatto un colloquio di lavoro. Ho appena realizzato una serie di cose. Ho appena preso consapevolezza del mio approccio direi ingenuo alla cultura e all’arte. Da pochissimo tempo ho conseguito una laurea specialistica in comunicazione per l’arte contemporanea. Un corso che ti consente di diventare critico, curatore, mediatore e di ricoprire tutti gli altri ruoli più o meno manageriali che fanno dall’interno il sistema dell’arte contemporanea. Eppure il mio approccio a questo mondo è ancora troppo elementare e, soprattutto, troppo romantico. Io vedo l’arte come qualcosa di sublime, etereo, qualcosa che va ben oltre la quotidianità della vita e, in certi casi, conserva quel potere salvifico e sciamanico che avevano le pitture parietali preistoriche. E invece no, dietro l’arte ci sono professionalità e mestiere ed è folle il fatto che una come me, che da tutta la vita sogna di fare dell’arte il suo lavoro, si dimentica che lo è. Dietro l’artista si muovono figure importanti che hanno il potere di influenzarne la ricerca o di condizionare la percezione che il pubblico ha di loro, eppure nella mia mente, queste figure, restano marginali. Dimentico di annotare il curatore, dimentico il gallerista di riferimento, dimentico tutto ciò che dovrei imparare ad essere. Ringrazio Yuval Avital per avermi gentilmente massacrata e per avermi ricordato che è ora di crescere e di dare alla mia passione tutta la professionalità che manca. 

Raffaella Carillo

Quando il contemporaneo convive con l’antico: Ai Weiwei a Palazzo Te

Non è la prima volta che Palazzo Te ospita i grandi nomi dell’arte contemporanea cinese, possiamo ricordare ad esempio “PIaneta Cina” la parte finale della Biennale Italia-Cina del 2013, evento in cui gli artisti cinesi contemporanei presentavano i propri lavori e dialogavano con gli artisti italiani allo scopo di tracciare analogie e differenze tra le diverse culture artistiche.

La mostra “Il giardino incantato” di Ai Weiwei, Meng Huang e Li Zhanyang, cerca di fare di più. I tre artisti non si limitano a “sfruttare” i prestigiosi spazi del Palazzo per donare risalto alle proprie creazioni, ma stabiliscono una relazione con l’apparato pittorico delle stanze, cercando una congiunzione tra l’arte rinascimentale e i linguaggi contemporanei. Le opere di Ai Weiwei sono realizzate allo scopo di fornire uno spunto di riflessione tra le modalità di realizzazione delle opere d’arte nel Cinquecento e la produzione industriale che condiziona ogni aspetto della vita contemporanea arrivando a standardizzare anche le espressioni creative. E’ cosi che la “Sala dei Cavalli”, si riempie di statuette equine perfettamente identiche, ricoperte di vernice per automobili, il simbolo dell’industrializzazione per eccellenza.

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Anche Li Zhanyang riflette sull’immaginario rinascimentale, accostando alla remota rievocazione dei banchetti e delle feste ducali le riproduzioni dei vizi contemporanei sotto forma di polittici in vetroresina.

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Sono diversi anni ormai che ci si interroga sulla possibilità di integrare arte antica e arte contemporanea, si ricorda ad esempio la piramide di Pei posizionata davanti al Louvre con tutte le polemiche che tale scelta aveva generato. Allo stesso modo non tutti hanno apprezzato le installazioni di Palazzo Te, anzi, spesso iniziative come questa si trasformano in un’ occasione ulteriore per rimarcare l’enorme distanza che intercorre tra le bellezze del passato e i concettualismi del presente. Eppure, secondo me, Ai Weiwei con la sua tradizionale semplicità carica di un originale simbolismo, anche in questo caso si rivela all’altezza della situazione, favorendo con le sue opere lo sviluppo del pensiero.

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Magnificamente riuscita è anche l’installazione di Joseph Kosuth “Ni Apparence, Ni Illusion” messa in opera nel 2009 proprio al Louvre, sulle pareti dei resti medievali, lungo la passerella che accompagna i visitatori fino all’ingresso alle sale. Le scritte al neon di cui si compone l’opera mirano ad indurre il pubblico a riflettere sul ruolo della storia e dell’archeologia favorendo lo sviluppo di presupposti concettuali che preparano alla visita al museo.

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Sebbene lo scetticismo nei confronti dell’arte contemporanea da parte del grande pubblico sia difficile da superare, penso che esempi come questi possano guidare le persone alla scoperta di un mondo espressivo che in realtà poco si discosta dai grandi temi ai quali, da italiani, siamo abituati. E’ infatti la nostra abitudine a respirare arte ad ogni angolo di strada che ci rende reticenti alle novità, ma è forse proprio favorendo il dialogo tra linguaggi in apparenza differenti che si può ripristinare quella continuità che spesso sfugge al grande pubblico.