Segui il coniglio bianco – Silvia Viganò e Giulia Jurinich rivedono l’iconografia di “Alice”

Partiamo dallo spazio, il Seicentro, edificio polifunzionale, collettore di eventi culturali che hanno a che fare con il sociale e la cittadinanza, ma non solo, uno di quegli spazi poco conosciuti, ma che sanno regalare piccole perle come l’incontro di stasera.

Silvia Viganò, artista, pittrice, creatrice di autentiche fiabe noir. Giulia Jurinich, storica dell’arte, ricercatrice, scrittrice. L’una presenta la sua mostra “Tracce di mascara“, l’altra il suo libro “Alice e il Paese del Pop-Surrealism“, entrambe ci svelano il risultato di un lungo percorso di ricerca che, pur muovendo da posizioni di partenza differenti, le ha condotte ad avvicinarsi nel punto di arrivo.

broken inside - silvia viganò

Il Pop-Surrealism, una corrente che parte dal “basso”, da quelle discipline spesso snobbate nei canali di distribuzione artistica, ma che proprio per questo sa arricchirsi di vitalità creativa e riesce a parlare all’uomo contemporaneo. Una figurazione che affonda le sue radici in tutto ciò che ci circonda, dal cinema ai fumetti, dai tatuaggi ai cartoni animati. Tutte queste influenze vengono incanalate e mediate dal vissuto degli artisti, dal loro immaginario, e si colorano di tinte fosche, di sfumature cariche di angoscia. Nel momento in cui la realtà si trasforma in sogno sopraggiunge l’incubo, ed ecco allora apparire le “fanciulle” di Silvia Viganò sospese in un’ eterna contrapposizione dei ruoli. A metà tra fata e strega, tra vittima e carnefice, le figure ricambiano il nostro sguardo trasportandoci in un mondo altrettanto enigmatico in cui anche la natura rivela la sua doppiezza oscillando tra il bucolico e lo spaventoso.

the killing of skunk - silvia vigano

La scelta del supporto rotondo o ovale contribuisce a sfumare i contorni delle opere e suggerisce di guardare oltre, di pensare alla storia di queste figure. Mentre osservo “The illusion of dragonfly” mi chiedo chi ci sia accanto a quella ragazza bionda, non un bianconiglio o uno stregatto, qualcuno di più misterioso, di più spaventoso. Queste “Alici” contemporanee non si perdono nel Paese delle Meraviglie, con più malizia e meno ingenuità diffidano della Regina, sanno che le meraviglie sono reali solo a metà, così come loro sono bambine solo a metà.

the illusion of dragonfly, silvia viganò

Il testo di Giulia Jurinich analizza le collisioni tra i molteplici linguaggi di espressione culturale che conducono fino a questi risultati, ci accompagna nella comprensione di tutto il non detto che, pur restando celato nel fondo di quelle pupille sbarrate, risveglia in noi quelle sensazioni troppo familiari con cui proprio non vogliamo fare i conti.

malice in her eyes - silvia viganò

“Double Bind & Around” – Juan Munoz in mostra all’Hangar Bicocca

Niente può essere più sbagliato di definire Juan Munoz uno scultore. L’artista si rivela in realtà un narratore, creatore di mondi e personaggi che travalicano la nostra realtà per esplorare altri luoghi aldilà del tempo e dello spazio così come noi li intendiamo. Le sue opere ci trasportano in un mondo parallelo abitato da sculture antropomorfe, piccole abbastanza da eludere l’immedesimazione, ma grandi abbastanza da favorire il dialogo. Esse vivono in una perenne incompiutezza che si fa narrazione solo quando lo spettatore irrompe nel loro universo privato, chiudendo il circuito di relazioni che sta alla base della mostra. Ed è infatti proprio la rappresentazione dell’interazione che sembra dominare la ricerca dell’artista spagnolo. Le statue non sono mai presentate da sole, ma sono sempre poste all’interno di una fitta rete di scambi che si manifesta a più livelli.

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Il rapporto più immediato è quello che lega le sculture tra loro, che siano esse impegnate in una conversazione o che soffrano insieme appese al soffitto, non vengono mai percepite come singole unità, poichè è nell’insieme che trovano la loro ragion d’essere e il loro ruolo all’interno della storia. Ma non solo. Le figure non si limitano ad occupare lo spazio, lo abitano e lo vivono creando un legame con esso, alterandone la percezione  e piegandolo a giochi illusori. Tutti tratti che acquistano senso solo nel momento in cui entra in gioco il terzo elemento della relazione: lo spettatore. E’ nella sua mente che il racconto prende vita, le statue umanizzate lo attraggono e lo coinvolgono in questo sistema relazionale ed è lì che il “Double Bind” si compie, è lì che lo straniamento prende corpo. Immerso in coordinate spazio-tempo che non gli appartengono, eppure contemporaneamente inserito nella narrazione, lo spettatore fatica a distinguere la realtà dalla finzione, tanto da sentire le risate di quelle statue che lo fissano e lo scherniscono percependo la sua inadeguatezza.

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L’installazione “Double Bind” , presentta per la prima volta nel 2001 alla Tate Modern di Londra, sottolinea quanto detto fino ad ora. Il primo piano, visibile dall’alto, mostra un pavimento con dei motivi geometrici illusionistici, alcuni dipinti, altri realmente cavi, due di questi ultimi sono attraversati da ascensori vuoti che salgono e scendonno in moto vano e perpetuo. Al piano di sotto, grazie ai carotaggi quadrati realizzati nel pavimento, ora trasformato in soffitto, è possibile intravedere un mezzopiano, inaccessibile agli spettatori, ma abitato dalle solite sculture, che vivono in case simili alle nostre, che ripropongono atteggiamenti analoghi ai nostri, ma nelle quali non possiamo riconoscerci, ritrovandoci così ad occupare una posizione voyeuristica. Mentre osserviamo questo piccolo mondo, il ronzio degli ascensori, e i fasci di luce che si proiettano dal piano superiore grazie alle aperture nel pavimento/soffitto, unici elementi di dialogo tra le due superfici dell’installazione, contribuiscono una volta di più a dislocare la percezione dello spazio rendendo lo spettatore allo stesso tempo protagonista e intruso.

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http://www.hangarbicocca.org/mostre/future/Double-Bind-Around/