Musei: davvero il futuro è Social?

Nell’ambito dei Brera Design Days ho assistito ad una conferenza sulla progettazione del coinvolgimento culturale, dett anche Audience Engagement dai favolosi del management culturale. Non so nemmeno io cosa mi aspettassi di sentire, ma di certo non mi aspettavo che una “innocua” tavola rotonda potesse suscitare tanta rabbia.

Ieri ho capito definitivamente la lungimiranza di gente del calibro di Debord, Adorno e Marcuse. Loro non vivevano in un mondo di app, ma vivevano in un mondo di persone e questo è bastato a fargli capire la deriva culturale che la società avrebbe intrapreso.

Mi sono trovata al cospetto di SPECIALISTI che illustravano la grande rivoluzione nella fruizione museale apportata dal nostro simpatico smartphone. Basta loggarsi all’ingresso del museo, poi likeare quello che ti piace di più e quando tornerai e ti ri-loggerai la tua museum-app ti proporrà una visita pensata ad hoc per i tuoi gusti. Oppure puoi essere tu in prima persona a programmare il tuo percorso, magari sulla base dell’umore del giorno. Semplice no? Una Mood experience che ti farà vedere la collezione come mai prima d’ora.

Che bellezza! Che pochezza! Che ignoranza! Massì facciamo in modo che le persone decidano i propri contenuti, annulliamo la mediazione di critici e storici che prima di proporre un allestimento studiano le opere. Annulliamo lo studio del display museale come fonte aggiuntiva di significato, lasciamo che la gente guardi solo quello che gli interessa (?) senza porsi domande, senza questionare i propri gusti, cosa che può accadere proprio perchè si viene folgorati da qualcosa che non si avrebbe mai nemmeno preso in considerazione. Annulliamo gli stimoli, il dibattito, il confronto. Lasciamo che un computer pensi per noi, lasciamo che la pigrizia intellettiva faccia di noi nient’altro che noi stessi all’ennesima potenza. Pensare è faticoso, anche al museo.

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La Magnifica Ossessione, Mart, Rovereto 26/10/12 – 16/02/14

 

A cosa mi riferisco quando parlo di critici che studiano il display e propongono una visita ragionata al museo? Parlo del Mart di Rovereto parlo de “La Magnifica Ossessione”, parlo di artisti che si sono interrogati per anni a riguardo come Marcel BroodthaersHans Haacke e tutta la Critica Istituzionale. Parlo del dibattito imperversante tra artisti che fanno i curatori e curatori che si credono artisti. Un dibattito irrisolto che ha però il merito di porre questioni, di attivare il pensiero, di ripensare i ruoli, ruoli di persone non di computer. Sia chiaro a questo punto si aprono moltissime altre riflessioni, per esempio riguardo al potere di cui dispone un curatore, il quale può addirittura orientare le opinioni delle persone solo con le sue scelte espositive, perchè ogni scelta è già una presa di posizione che può essere imposta al pubblico influenzandolo. Ma é proprio per questo che bisogna sollecitare il pensiero critico e non annullare il ruolo di mediazione. Non si può guidare una macchina senza patente e se anche il nostro istruttore ci passerà i suoi vizi alla guida, saremo noi, con l’esperienza a riconoscerli e cambiarli. Guidare senza patente, quello è il problema.

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Non sono contraria alla tecnologia, anzi. Esistono tutta una serie di app pensate per i bambini didatticamente validissime. Sono contraria alla deresponsabilizzazione e al dilettantismo che l’uso improprio della tecnologia ha diffuso facendone prassi.

Non vado al museo per vedere opere che proprio grazie alla tecnologia posso vedere a casa, talvolta anche meglio, vado al museo per il valore aggiunto, per scoprire, per imparare. Non voglio giocare a scegliere il mio percorso, voglio capire perchè un percorso mi viene proposto e mettere in dubbio le mie conoscenze.

Non voglio farmi i selfie con le opere da postare su instagram per far vedere al mondo quanto sono colta e interessante perchè “hei ragazzi io ero al museo” e sicuramente non voglio che il museo mi spinga a farlo. Pretendo serietà, la vera grande assente del nostro tempo.

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MIBACT: i 20 nuovi direttori nominati tra le polemiche

La polemica scaturita a fronte delle 20 nomine di nuovi direttori dei musei statali attuata dal ministero dei beni culturali sta a tutti gli effetti dividendo il mondo della cultura in due fazioni. Pomo della discordia risulta essere più che altro la massiccia presenza di nominati stranieri, come Eike Schmidt alla direzione degli Uffizi e James Bradburne alla Pinacoteca di Brera.
Da ogni parte si sono sollevate le voci degli indignati difensori dell’italianità e dell’autarchia culturale, dopotutto questa “lotta” nazionalista è di facile strumentalizzazione in ogni campo della vita sociale e politica di un Paese i cui problemi fluttuano nell’irrisolto e in cui si gioca a cacciare le streghe, chiunque esse siano.

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Il problema reale di queste nomine non risiede tanto nella nazionalità dei nominati – come vogliamo catalogare i 4 italiani che hanno studiato e lavorato all’estero per rientrare in Italia grazie a questo concorso? – il problema si annida nelle pieghe di questa riforma decisamente superficiale, come si evince facilmente dalle dichiarazioni rilasciate dal Ministro Franceschini in merito.

A sentire il Ministro, infatti, i magnifici 20 sono la svolta necessaria: loro sapranno risolvere i problemi di arretratezza dei musei italiani. Bene, peccato che tali dichiarazioni implichino una serie di asserzioni da leggere tra le righe. Prima su tutte una pesantissima critica ai direttori attuali tacciati di reazionarietà e inettitudine. In secondo luogo una bocciatura di tutti i funzionari delle Soprintendenze e del Ministero stesso, a cui sono stati preferiti personaggi estranei e, in questo senso, stranieri. Allo stesso tempo un’ammissione di colpa, ma anche una grande deresponsabilizzazione da parte del Ministero che, focalizzando l’attenzione sulla figura del direttore promosso a Deus ex Machina, tace sulle falle interne all’ amministrazione della cultura, partendo ovviamente dai continui tagli ai fondi.

Dario-Franceschini

Estendendo la riflessione oltre la sfera politica, mi chiedo se sia stato tenuto conto della grande differenza, anche legislativa, che intercorre tra il nostro sistema dei beni culturali e, per esempio, quello americano, in cui molti dei nuovi nominati sono cresciuti. Sebbene, e sono molto felice di questo, nessuno dei nominati sia un manager a tutti gli effetti, la gestione più manageriale che curatoriale dei musei americani può approdare a derive poco confortanti, è il caso del Guggenheim di cui abbiamo già parlato precedentemente. Auspicando che non sia questa la grande svolta innovativa di cui parla il Ministro, aspetto di vedere questi superuomini e superdonne in azione prima di sottoporli a giudizio.

Restano però altri quesiti aperti per il nostro Franceschini, intanto l’agghiacciante scelta di nominare 10 donne e 10 uomini. Queste odiose quote rosa che anziché pareggiare realmente i conti tra i sessi non fanno altro che mantenere le donne in uno stato di subordinazione forse anche peggiore, è come ammettere che senza una legge che obblighi ad inserire le donne nei posti di comando queste non potranno mai avere i meriti necessari per arrivarci, e comunque, anche se li avessero non sono nella posizione di dimostrarlo, dato che le quote rosa ci impongono la loro presenza a prescindere. Perché non 11 donne e 9 uomini? O 19 donne e 1 uomo? Ma anche 12 uomini e 8 donne…tutto sarebbe stato meglio e di certo più vero di questa finta parità.

E poi… se i nostri curatori, funzionari ecc. non sono stati all’altezza delle nomine, non c’è per caso una falla anche nel sistema dell’istruzione legato a queste professioni? Ovviamente c’è, chissà se c’è anche la volontà di impegnarsi per migliorare.

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Finisco con un ultima riflessione, se i funzionari non vengono promossi e rimangono ad occupare i loro posti, come può esserci un riciclo alla base? Ma se non c’è riciclo come si pensa di occupare tutti quella massa di invisibili laureati in ambito culturale e artistico che escono speranzosi dalle università? Cercheranno tutti fortuna altrove sperando che l’esperienza all’estero li renda improvvisamente visibili e appetibili anche per la pubblica amministrazione italiana?
Beh, probabilmente si.

Come al solito queste grandi manovre si rivelano atti politici di facciata, ci troviamo davanti ad un amministrazione disperata che si appiglia a scenografici cambi d’abito mentre dietro le quinte il teatro cade a pezzi.