Quando il contemporaneo convive con l’antico: Ai Weiwei a Palazzo Te

Non è la prima volta che Palazzo Te ospita i grandi nomi dell’arte contemporanea cinese, possiamo ricordare ad esempio “PIaneta Cina” la parte finale della Biennale Italia-Cina del 2013, evento in cui gli artisti cinesi contemporanei presentavano i propri lavori e dialogavano con gli artisti italiani allo scopo di tracciare analogie e differenze tra le diverse culture artistiche.

La mostra “Il giardino incantato” di Ai Weiwei, Meng Huang e Li Zhanyang, cerca di fare di più. I tre artisti non si limitano a “sfruttare” i prestigiosi spazi del Palazzo per donare risalto alle proprie creazioni, ma stabiliscono una relazione con l’apparato pittorico delle stanze, cercando una congiunzione tra l’arte rinascimentale e i linguaggi contemporanei. Le opere di Ai Weiwei sono realizzate allo scopo di fornire uno spunto di riflessione tra le modalità di realizzazione delle opere d’arte nel Cinquecento e la produzione industriale che condiziona ogni aspetto della vita contemporanea arrivando a standardizzare anche le espressioni creative. E’ cosi che la “Sala dei Cavalli”, si riempie di statuette equine perfettamente identiche, ricoperte di vernice per automobili, il simbolo dell’industrializzazione per eccellenza.

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Anche Li Zhanyang riflette sull’immaginario rinascimentale, accostando alla remota rievocazione dei banchetti e delle feste ducali le riproduzioni dei vizi contemporanei sotto forma di polittici in vetroresina.

li zhanyang

Sono diversi anni ormai che ci si interroga sulla possibilità di integrare arte antica e arte contemporanea, si ricorda ad esempio la piramide di Pei posizionata davanti al Louvre con tutte le polemiche che tale scelta aveva generato. Allo stesso modo non tutti hanno apprezzato le installazioni di Palazzo Te, anzi, spesso iniziative come questa si trasformano in un’ occasione ulteriore per rimarcare l’enorme distanza che intercorre tra le bellezze del passato e i concettualismi del presente. Eppure, secondo me, Ai Weiwei con la sua tradizionale semplicità carica di un originale simbolismo, anche in questo caso si rivela all’altezza della situazione, favorendo con le sue opere lo sviluppo del pensiero.

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Magnificamente riuscita è anche l’installazione di Joseph Kosuth “Ni Apparence, Ni Illusion” messa in opera nel 2009 proprio al Louvre, sulle pareti dei resti medievali, lungo la passerella che accompagna i visitatori fino all’ingresso alle sale. Le scritte al neon di cui si compone l’opera mirano ad indurre il pubblico a riflettere sul ruolo della storia e dell’archeologia favorendo lo sviluppo di presupposti concettuali che preparano alla visita al museo.

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Sebbene lo scetticismo nei confronti dell’arte contemporanea da parte del grande pubblico sia difficile da superare, penso che esempi come questi possano guidare le persone alla scoperta di un mondo espressivo che in realtà poco si discosta dai grandi temi ai quali, da italiani, siamo abituati. E’ infatti la nostra abitudine a respirare arte ad ogni angolo di strada che ci rende reticenti alle novità, ma è forse proprio favorendo il dialogo tra linguaggi in apparenza differenti che si può ripristinare quella continuità che spesso sfugge al grande pubblico.

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