Guggenheim: il McMuseo

E’ il 1937, siamo a New York, una città che sta accogliendo sempre più artisti e intellettuali che scappano da Hitler, una città dalla cultura in fermento dove le Avanguardie stanno imponendo un nuovo modo di pensare l’arte. Solomon R. Guggenheim lo sa, da anni colleziona la rivoluzionaria pittura astratta europea, non ha bisogno di pensarci molto, lui, uomo ricco e facoltoso, apre una sede museale per la sua collezione e la dona alla città: nasce così il Museum of Non-Objective Painting.

Fin qui tutto bene.

E’ il 1943, siamo a New York, Solomon vuole un altro edificio per la sua collezione, un edificio capace di rivaleggiare ad armi pari con la collezione che contiene, chiama Frank Lloyd Wright, il maestro del Movimento Moderno, inventore dell’architettura organica, visionario, geniale. Il progetto è un’architettura bassa che si estende in orizzontale adagiandosi al lato di Central Park, si distingue totalmente dagli alti edifici circostanti. L’esterno, progettato come un nastro bianco che si avvolge su un rocchetto, lascia intuire ciò che si sviluppa all’interno: la galleria espositiva altro non è che un lungo corridoio che sale a spirale verso l’alto raccordando tutti i piani.
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Ed ecco il primo problema.

L’edificio non è funzionale. In qualsiasi punto della spirale tu sia vedrai sempre i quadri storti. Il Guggenheim di New York è il primo museo al mondo in cui il contenitore, talmente strabiliante, anziché esaltare il contenuto, lo surclassa. Il progetto di Wright dimentica la sua destinazione d’uso ed esiste per se stesso, nella sua innegabile bellezza, facendo della collezione un optional nemmeno tanto gradito. Eppure a partire da questo primo esempio, l’idea di museo inteso come contenitore grandioso pur a discapito del contenuto avrà lunga vita.

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E’ il 1988, siamo a New York, Thomas Krens diventa direttore del Guggenheim. Krens mette in atto un’audace politica di rinnovamento del sistema museale. Lungi dal pensare a se stesso solo come il direttore di un museo, Krens, incarna la figura del manager e fa del Guggenheim un’azienda.

Ed ecco il secondo problema.

Krens introduce nel settore culturale strategie di marketing proprie delle politiche aziendali multinazionali. Per prima cosa introduce il concetto di “Brand”. Il museo diventa un marchio e come tale mette a punto tutta una serie di iniziative per esportare la propria immagine, attrarre nuovi capitali e aprire filiali all’estero: siamo di fronte alla cosiddetta McDonaldizzazione del museo.
Per avere liquidità, Krens, autorizza il “deceassioning” cioè la vendita di alcune opere di proprietà del museo, atto impensabile prima, e da il via ad una campagna di colonizzazione.

E’ il 1997, siamo a Bilbao, Frank Gehry firma un incredibile edificio che entra di prepotenza nella storia dell’architettura: è la nuova sede del museo Guggenheim. La prima di una lunga serie di sedi aperte e chiuse o ancora in costruzione: Berlino, Las Vegas, Guadalajara, di nuovo Las Vegas, Abu Dhabi ed ora Helsinki.

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Ed ecco emergere tutti gli altri problemi.

L’ espansionismo Krensiano, non ha in realtà favorito il museo, tutt’altro. Le campagne di deceassioning l’hanno reso poco affidabile agli occhi di filantropi e sostenitori che hanno preferito donare le proprie collezioni a musei meno inclini alle vendite. Allo stesso modo, altri enti museali hanno spesso negato dei prestiti perché l’idea di mostre itineranti presso le varie sedi del Guggenheim diventa problematica dal punto di vista della sicurezza e della conservazione delle opere. Non parliamo del disappunto di turisti che spesso trovano esposte delle fotografie perché le opere originali della collezione si trovano in prestito nelle altre sedi.

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Al Guggenheim inoltre, soprattutto a Bilbao, è mancata una progettazione curatoriale di qualità, si è infatti dato spazio a mostre prive di una reale importanza culturale, realizzate per compiacere gli sponsor in maniera più che evidente. Si ricordi, ad esempio, la donazione di ben 15 milioni di dollari concessa al museo da parte dello stilista Giorgio Armani pochi mesi prima che si aprisse una grande retrospettiva a lui dedicata.

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Eppure, anziché imparare dagli errori si persevera, Helsinki ne è un esempio, ma la vera perversione secondo me risiede altrove, il Guggenheim ha ormai intrapreso questa strada da anni e ne ha fatto un segno distintivo, anche se non proprio pregevole, tuttavia proprio quei musei che l’avevo criticato e snobbato, ora si trovano in situazioni anche peggiori, è il caso del Louvre di Abu Dhabi. L’accordo siglato dal ministro della cultura francese prevede che nella nuova sede del museo parigino confluiscano opere provenienti da diversi musei francesi, la Francia si impegna, inoltra, a garantire alla controparte araba almeno quattro mostre all’anno e ad aiutare il nuovo polo museale a sviluppare una propria collezione permanente, in cambio di 700 milioni di euro che andranno ai soci del Louvre e degli altri musei che partecipano all’operazione. La scelta non è piaciuta all’opinione pubblica francese. La nascita dei musei in Francia, infatti, ha avuto fin dal principio forti connotazioni politiche di origine rivoluzionaria, il museo francese è il simbolo della ridistribuzione del potere, con la Rivoluzione, infatti, le opere d’arte di proprietà dei nobili erano state restituite al popolo. Non piace dunque questo scambio, di cui le casse dello Stato beneficiano solo in parte, che priva i cittadini francesi di una parte, seppur piccola, del loro patrimonio artistico, tanto duramente conquistato.

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Mi chiedo come sia possibile che storture ed errori si trasformino in prassi con tanta leggerezza. La cultura è argomento delicato, vive di regole proprie e per questo andrebbe in primo luogo compresa e poi valorizzata muovendosi all’interno delle sue possibilità. Applicare alla cultura regole che non le sono proprie può forse dare risultati sul breve termine, ma alla lunga mina il sistema con danni spesso irreparabili. In passato nascevano prima le collezioni e poi i musei per contenerle, oggi nascono i musei, si chiama l’Archistar di turno, si richiede un progetto sbalorditivo che dia lustro alla propria posizione e via, tanto poi qualcosa da metterci dentro salterà fuori. Ma il museo dovrebbe essere molto più di un bel palazzo avveniristico, la collezione è il cuore di un ragionamento, è un progetto didattico, il display può alterare la percezione delle opere stesse se non è pensato con cura, possibile che si sia disposti a trascurare tutto questo?

Raffaella Carillo

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Quando il contemporaneo convive con l’antico: Ai Weiwei a Palazzo Te

Non è la prima volta che Palazzo Te ospita i grandi nomi dell’arte contemporanea cinese, possiamo ricordare ad esempio “PIaneta Cina” la parte finale della Biennale Italia-Cina del 2013, evento in cui gli artisti cinesi contemporanei presentavano i propri lavori e dialogavano con gli artisti italiani allo scopo di tracciare analogie e differenze tra le diverse culture artistiche.

La mostra “Il giardino incantato” di Ai Weiwei, Meng Huang e Li Zhanyang, cerca di fare di più. I tre artisti non si limitano a “sfruttare” i prestigiosi spazi del Palazzo per donare risalto alle proprie creazioni, ma stabiliscono una relazione con l’apparato pittorico delle stanze, cercando una congiunzione tra l’arte rinascimentale e i linguaggi contemporanei. Le opere di Ai Weiwei sono realizzate allo scopo di fornire uno spunto di riflessione tra le modalità di realizzazione delle opere d’arte nel Cinquecento e la produzione industriale che condiziona ogni aspetto della vita contemporanea arrivando a standardizzare anche le espressioni creative. E’ cosi che la “Sala dei Cavalli”, si riempie di statuette equine perfettamente identiche, ricoperte di vernice per automobili, il simbolo dell’industrializzazione per eccellenza.

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Anche Li Zhanyang riflette sull’immaginario rinascimentale, accostando alla remota rievocazione dei banchetti e delle feste ducali le riproduzioni dei vizi contemporanei sotto forma di polittici in vetroresina.

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Sono diversi anni ormai che ci si interroga sulla possibilità di integrare arte antica e arte contemporanea, si ricorda ad esempio la piramide di Pei posizionata davanti al Louvre con tutte le polemiche che tale scelta aveva generato. Allo stesso modo non tutti hanno apprezzato le installazioni di Palazzo Te, anzi, spesso iniziative come questa si trasformano in un’ occasione ulteriore per rimarcare l’enorme distanza che intercorre tra le bellezze del passato e i concettualismi del presente. Eppure, secondo me, Ai Weiwei con la sua tradizionale semplicità carica di un originale simbolismo, anche in questo caso si rivela all’altezza della situazione, favorendo con le sue opere lo sviluppo del pensiero.

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Magnificamente riuscita è anche l’installazione di Joseph Kosuth “Ni Apparence, Ni Illusion” messa in opera nel 2009 proprio al Louvre, sulle pareti dei resti medievali, lungo la passerella che accompagna i visitatori fino all’ingresso alle sale. Le scritte al neon di cui si compone l’opera mirano ad indurre il pubblico a riflettere sul ruolo della storia e dell’archeologia favorendo lo sviluppo di presupposti concettuali che preparano alla visita al museo.

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Sebbene lo scetticismo nei confronti dell’arte contemporanea da parte del grande pubblico sia difficile da superare, penso che esempi come questi possano guidare le persone alla scoperta di un mondo espressivo che in realtà poco si discosta dai grandi temi ai quali, da italiani, siamo abituati. E’ infatti la nostra abitudine a respirare arte ad ogni angolo di strada che ci rende reticenti alle novità, ma è forse proprio favorendo il dialogo tra linguaggi in apparenza differenti che si può ripristinare quella continuità che spesso sfugge al grande pubblico.